Coach Alessandro Vianello Milano Modena Belluno Corriere delle Alpi
Lavorando come Coach in provincia di Milano, di Modena, di Belluno e in tutta Italia è sempre piacere quando ci si può fermare per un momento per raccontare le proprie esperienze e i successi dei propri clienti. Ecco la mia intervista al Corriere delle Alpi di Belluno del 12 dicembre 2010, firmata Michela Fregona.
VIANELLO, ALLENATORE DI CERVELLI
Lui dice: «Il cervello va allenato tanto quanto il fisico». E a me vengono in mente, in sequenza: Buddha, i monaci asceti e qualche maestro zen, nella sua imperturbabilità zen, in tenuta zen da manga giapponese. Invece no. Niente fontane di bambù, niente giardini di sabbia, zero carpe. La disciplina dell’allenamento mentale – Programmazione Neuro Linguistica – e le sue tecniche di applicazione – ovvero il coaching – viene tutta dal Nuovo Mondo, e da cinquant’anni, ormai, si esercita in declinazioni tra le più svariate. Alessandro Vianello, che dal 2005 lavora tra Belluno, Sassuolo, Perugia, Modena, Milano, e in un’altra manciata di città italiane, ha privilegiato la via dello sport. Che cos’è il coaching? «E’ un lavoro che mette in moto le risorse della persona: sfrutta la memoria delle sensazioni positive che vengono vissute. In pratica, per il cervello non c’è differenza tra quello che vive e la realtà. Ogni sensazione determina una traccia nervosa. E ogni traccia lascia memoria. Bisogna allenare il cervello a selezionare, nella prestazione, le memorie positive: le sensazioni del successo già vissuto, e ripeterle. Per questo è un allenamento: più ripeto, più facile è fare». Il primo risultato importante? «La vittoria nel Campionato Europeo di tennis giovanile: Giulio Mazzoli aveva 14 anni, quando l’ho conosciuto, ed era classificato duecentocinquantesimo su 500 tennisti. Per accedere al tabellone principale, è partito dalle qualificazioni. Alla fine ha vinto il torneo». Il suo palmares conta sette titoli in quattro sport diversi in tre anni: tutti campioni? «A dire il vero, ho lavorato sempre con persone che, per quanto promettenti, non avevano mai fatto grandi risultati. E questo, se possibile, mi dà ancora più soddisfazione». Chi si rivolge a un coach? «Nel caso di ragazzi giovani, spesso sono genitori che hanno sentito parlare di questa tecnica. Il lavoro che ho fatto più recentemente, ad esempio, è quello con Riccardo Michelini: un ragazzo poi che ha vinto il Campionato Italiano Match Play di golf under 18 ed è andato agli Europei con la nazionale. E’ stato suo padre a contattarmi: per il ragazzo, il golf era il suo sogno. Ma la famiglia non aveva possibilità economiche. Oggi Riccardo ha ricevuto una borsa di studio di 50.000 euro in Spagna è stato convocato in nazionale ed è andato agli Europei. Quello che ha fatto, lo ha raggiunto solo grazie ai suoi risultati». E’ proprio al golf che lei sta rivolgendo il suo lavoro, ultimamente. «Sì: attraverso Riccardo ho conosciuto Federico Bisazza, giocatore e maestro. Con lui abbiamo fondato Flow Golf Team: una collaborazione per portare i giocatori a esprimersi meglio attraverso il divertimento. Solo quando ti diverti veramente puoi esprimere il meglio di te». E poi c’è il coaching di gruppo… «Sì: una esperienza che mi ha accompagnato a fianco della squadra del volley femminile di Sassuolo nella promozione dalla serie A2 alla A1. E poi a Perugia, in A1, sono stato al servizio del capo allenatore Gianni Caprara, per amplificare l’unione della squadra e dello staff. Il tutto unito a un coaching individuale mirato alle prestazioni delle varie giocatrici. Una esperienza forte». Quale è la difficoltà che incontra più spesso? «Demolire le convinzioni limitanti. Le convinzioni sono sopra le capacità: se uno è convinto di non farcela, avrà delle prestazioni in linea con il suo convincimento. Perchè la prestazione sarà un evento emotivamente segnato». Un esempio? «Un caso che mi è capitato: un calciatore delle giovanili di Modena, in una partita, andando a colpire di testa aveva dato una capocciata e si era fatto male. Da quel momento in poi non ha più voluto, nei contrasti, colpire di testa: per uno alto un metro e ottantacinque, ovviamente, risultava una limitazione grossissima. Come avere una Ferrari e andare in prima: in pratica era guarito fisicamente, ma il suo cervello conservava la memoria del trauma, e lo bloccava per la paura di farsi male. Abbiamo fatto un lavoro di ristrutturazione: oggi è già stato opzionato da alcune squadre professionistiche». Ma il coaching è una moda? «Credo che non ci sia nulla di nuovo nel coaching e nella Pnl: hanno solo trovato dei modelli e degli schemi che possono essere applicati da tante persone». Non c’è un rischio etico? «Intendiamoci: il coaching non è la psicologia. Non ci sono domande sul perchè. E’ un processo generativo: parti dai risultati, dài risposte su come fare, sulla prestazione. Oggi esistono molte persone che fanno questo lavoro, in tutto il mondo. In Italia ci si sta muovendo con un po’ di ritardo, ma altrove il preparatore delle menti, per gli atleti, è una figura che non ha nulla di nuovo». Non riesco a trattenermi: chissà cosa sarebbe stato di quel rigore di Baggio, ai Mondiali, con un coach dietro.
Vianello, allenatore di cervelli .. sul sito del Corriere delle Alpi
IL LABORATORIO ITINERANTE PER I BAMBINI
il progetto prima a Belluno, ora è a Sassuolo
Il numero zero lo ha fatto in aprile, a Belluno. Poi il Comune di Sassuolo gli ha commissionato il bis, e l’adesione ha superato di gran lunga le aspettative. E, l’anno prossimo, si torna a replicare. E’ così che “Per i nostri figli” è diventato un vero e proprio laboratorio itinerante. Scopo del gioco: comunicare con i piccini (e i meno piccini) senza finire nelle macerie emotive lasciate in eredità, in ciascuno di noi, dalle generazioni precedenti. «L’idea – racconta Alessandro Vianello – mi è nata quando sono diventato padre io stesso e ho cominciato a comunicare con mio figlio Riccardo. Ho seguito un corso adulti-bambini legato ad applicazioni del lavoro di coach, e ho iniziato a riflettere, così come possiamo fare tutti, sulla maniera in cui siamo stati educati. Su quello che siamo e sulle rappresentazioni che ci vengono indotte di noi stessi: fare differenza tra identità e comportamenti, di un bambino o di un ragazzo, è fondamentale». La parola chiave, secondo il coach, è tranquillizzare. «Se i bambini sono tranquilli, il loro processo di crescita è più veloce: stanno meglio. E, di conseguenza, stiamo meglio anche noi. Il bambino si sente visto sempre. Sembra una sciocchezza, ma le parole sono veramente importanti; quanti di noi, quando portavano a casa i voti, si sentivano chiedere: e gli altri, come sono andati? La nostra identità c’è sempre stata, a prescindere dai compagni di classe, eppure…». Anche nel rapporto con i figli, il laboratorio invita al divertimento: «E’ proprio una questione chimica – conclude Alessandro Vianello – quando ci divertiamo secerniamo dei succhi che favoriscono il lavoro delle sinapsi; per questo arriviamo più velocemente alle soluzioni: il divertimento è un neurofacilitatore. Non bisogna dimenticare che ogni lavoro sull’identità dà una risposta di tipo emozionale: quando si comunica facendo coincidere quello che il bambino ha fatto e quello che il bambino è (con la classica frase “Sei cattivo”, per esempio) si lavora proprio al contrario. E al bambino viene voglia di scappare. O di attirare ancora di più l’attenzione su di sé. In un caso che ho seguito, per esempio, la situazione era paralizzante: il padre e la madre erano costretti a restare a scuola quando il figlio era in classe perchè, se si allontanavano, lo prendevano delle crisi di panico. Era una dinamica di comunicazione che non permetteva uscita». (mi.fr.)
Il laboratorio itinerante per i bambini .. sul sito del Corriere delle Alpi
UNA TESI IN SCENOGRAFIA SUL CENTRO GIOVANI
Architetto. Anzi: coach. Il primo passo di Alessandro Vianello nel mondo del coaching parte da molto lontano: con la laurea in Architettura all’Università di Venezia, nel 2000. «Una tesi in sceneggiatura – racconta – su come l’ambiente condiziona i comportamenti, seguendo più di un anno di vita del Centro Giovani di Borgo Pra e costruendone un filmato. Non me ne sono reso conto subito, ma c’era già molto del mio lavoro, in quegli studi: oggi so che si ottengono grandi risultati quando si lavora sull’ambiente, sulle relazioni e sulla prestazione». Al coaching vero e proprio Alessandro Vianello si avvicina nel 2004, all’interno di un corso di abilitazione di III grado per allenare squadre: «Ho iniziato a studiare e a seguire corsi fino a diventare Licensed Npl Coach a livello internazionale e italiano con Richard Bandler, il co-inventore della Programmazione Neuro Linguistica». (mi.fr.)
Una tesi in scenografia sul centro giovani .. sul sito del Corriere delle Alpi
Alessandro Vianello Mental Coach Belluno Modena Milano Italia Europa Mondo.
Quel tanto che basta

a proposito di Christofer Langan …
“Non faceva giri di parole cercando l’espressione giusta e non tornava sui suoi passi per riformulare una frase. E, tanto per dire, non intercalava il discorso con i vari “ehm” o “ah” e non usava alcuna forma di mitigazione colloquiale; le frasi uscivano a passo di marcia, una dopo l’altra, chiare e sbrigative, come soldati su una piazza d’armi.”
MALCOLM GLADWELL, Fuoriclasse, Mondadori, Milano, 2009, pag. 58
Christofer Langan ha un QI (quoziente d’intelligenza) stimato tra 195 e 200, ben oltre il 30% in più di Albert Einstein che pure aveva 150.
A proposito dei geni e della loro intelligenza, oggi sappiamo che per far succedere quello che vogliamo nella vita (ossia avere successo) serve quel tanto che basta d’intelligenza, poiché avere un QI sopra i 115 è stato dimostrato irrilevante per il successo.
Buono a sapersi e facciamo un passo avanti nella nozione di soglia. Se l’intelligenza conta fino a un certo punto significa che, passato quel punto, sono altre le cose che contano e non hanno a che spartire con l’intelligenza.
Facendo un paragone con il basket, se la statura è sufficiente, ci si comincia a preoccupare della velocità, del senso del campo, dell’agilità, dell’abilità nel palleggio, della precisione del tiro, delle percentuali nei vari fondamentali, della capacità a saper stare e a lavorare dentro un team.
Quando tutti sono intelligenti, cosa fa quindi la differenza?
Studiando la vita delle persone con QI sopra i 115 si è infatti scoperto che il carattere, la creatività, le qualità relazionali, una mentalità flessibile e aperta al cambiamento, l’attitudine a sapersi evolvere adattandosi all’ambiente sono state le discriminanti del successo degli uni rispetto agli altri.
Quindi a fianco dei tradizionali modi per valutare l’intelligenza convergente come il test delle matrici di Raven, che ci chiede di scegliere tra una rosa di possibilità e di convergere sulla risposta esatta, si sono oggi sviluppati test sull’intelligenza divergente che ci chiedono di usare l’immaginazione e di volgere la nostra mente in quante più direzioni possibili per valutare la nostra creatività e la nostra propensione al …
Ad esempio: scrivete tutti i modi che vi vengono in mente per utilizzare un mattone e una coperta. Confrontatelo con quello che è venuto in mente ai vostri amici e a queste due persone, entrambe intelligenti quel tanto che basta:
Mattone
Materiale da costruzione, oggetto adatto al lancio.
Coperta
Per tenersi caldi, per spegnere un incendio, può essere legata agli alberi e utilizzata per dormire (come amaca), come barella improvvisata.
Mattone
Serve a spaccare le vetrine per fare una rapina. È uno degli elementi che tengono insieme una casa. Si può usare nella versione di una roulette russa, se nel frattempo volete mantenervi in forma (fate dieci passi con i mattoni, giratevi e lanciate, non è consentito scansarsi). Se volete tenere in posizione un piumino sul letto, legate un mattone ad ogni angolo. Serve a spaccare le bottiglie vuote di Coca-Cola.
Coperta
Si usa nel letto. Per coprirsi nei boschi durante un rapporto sessuale illecito. In sostituzione di una tenda. Per fare segnali di fumo. Come vela in una barca, in un carro o in una slitta. In sostituzione si un asciugamano. Come bersaglio per far esercitare al tiro i miopi. Per prendere quelli che si buttano dai grattacieli in fiamme.
Interessante .. entrambi hanno un QI sopra i 115, ma potendo scegliere chi vorreste dalla vostra parte?
Ciò è veramente affascinante perché spiega come la mente di ognuno di noi lavora e quale sia la ricchezza di neuro-connessioni e di collegamenti che è in grado di produrre per determinare poi dei risultati.
L’intelligenza pratica consiste infatti nel sapere che cosa dire a chi, quando è il momento per dirlo e come dirlo per ottenere il massimo effetto.
Intelligenza pratica e intelligenza analitica, infatti, sono ortogonali, ossia la presenza dell’una non implica la presenza dell’altra. E’ un po’ come se andassero ognuna per la propria strada e che ci permettessero di esprimerci al meglio quando siamo così bravi da servirci di entrambe.
Studiando la vita di Langan si è scoperto che non possedeva affatto l’intelligenza pratica perché non gli era mai stata insegnata dai suoi genitori, essendo nato in una famiglia poverissima con un padre violento ed alcolizzato che di fatto gli aveva “imparato” solo a diffidare di ogni forma d’autorità e a vivere con sospetto il proprio ambiente.
“Le sue frasi uscivano a passo di marcia, una dopo l’altra, chiare e sbrigative, come soldati su una piazza d’armi …” rigide ed impermeabili al mondo e alle opportunità che gli si presentavano davanti, possiamo aggiungere adesso.
L’idoneità a gestire i rapporti sociali, quello che di fatto è mancato a Langan per avere un impatto sul mondo proporzionale al suo straordinario potenziale, s’impara infatti in famiglia. E questa è l’altra buona notizia.
Sarà un caso ma inspiegabilmente la madre di Langan si dimentica di firmare il modulo per fargli rinnovare la borsa di studi che così gli viene negata (?!); per continuare a stare al College Langan cerca di farsi spostare le lezioni al pomeriggio, come fanno tutti gli studenti in caso di necessità, ma non ci riesce (?!); gli insegnanti, di solito molto propensi ad aiutare le menti brillanti come la sua, lo ignorano completamente e non si accorgono di lui (?!); Langan pensa che Harvard sia un’istituzione di potere dove la libertà è asservita al denaro e dove i docenti non scelgono liberamente cosa insegnare per continuare a ricevere gli assegni dalla facoltà (?!).
Ad oggi nessuno ha veramente preso in considerazione e pubblicato quello su cui sta lavorando da anni, eppure Christofer Langan incominciò a parlare a sei mesi e imparò a leggere da solo a 3 anni.
Recenti studi della sociologa Annette Lareau hanno evidenziato che le famiglie dei più ricchi e quelle dei più poveri hanno due diversi modi di educare i figli.
I più ricchi adottano quello che definisce “allevamento concordato” mentre i più poveri quello che definisce “completamento della crescita spontanea“. E la differenza non è solo nel tempo che hanno a disposizione per crescere ed educare i propri figli, spesso è proprio una mentalità che porta a vedere il mondo e le opportunità con occhi diversi. (Unequal Childhoods)
Nel completamento della crescita spontanea mancano programmi intensivi di crescita, di sport e di formazione per i figli, essendoci principalmente solo la possibilità d’inventare qualche gioco all’aperto insieme ai fratelli e alle sorelle e agli altri bambini del quartiere. E manca soprattutto quella partecipazione culturalmente attiva dei genitori alla vita dei propri figli, che sono lasciati crescere spontaneamente senza una guida che stimoli un certo tipo di attitudine e di relazione verso l’autorità e gli altri soggetti sociali.
Nell’allevamento concordato i bambini sono volutamente esposti ad esperienze che mutano costantemente, imparano a lavorare in gruppo e ad affrontare ambienti molto strutturati. E soprattutto imparano la sensazione di avere dei diritti e a personalizzare, nel senso migliore del termine, le istituzioni, i gruppi, le persone e l’ambiente in cui vivono per raggiungere i loro scopi.
I bambini cresciuti con lo stile dell’allevamento concordato imparano a farsi valere con chi detiene autorità e acquisiscono l’abitudine ad essere trattati con rispetto, come una persona unica e preziosa, degna dell’interesse e dell’attenzione degli altri.
Imparano a ragionare, a trattare e a scherzare con la stessa facilità, acquisendo la capacità di far valere i propri diritti perché consapevoli della loro piena esistenza, ossia a vivere un atteggiamento adatto a conseguire il successo nel mondo d’oggi.
Oltre a quel tanto che basta d’intelligenza, quello che fa la differenza è proprio la fortuna o il privilegio di crescere nel giusto ambiente e di essere educati dalla propria famiglia o da qualcun altro (un amico, un mentore, un Coach, etc.) a presentarsi nel migliore dei modi al mondo perché nessuno può farcela da solo, anche se è un genio.
Nessuno può farcela da solo, anche se è un genio.

Richard Tandy & Ale Coach
Ci sono ancora

“Ci sono ancora spazi da riempire e da lasciare vuoti.” RICHARD TANDY
Ci sono ancora
Grazie
Chiunque… intelligente
“Io sono Chiunque”, protestò Chiunque. “Ora voglio
essere qualcuno in particolare.”
“Oh”, disse Blink. “Posso capirti. Penso che dovresti
provare a essere un po’ di persone e forse ti faresti
un’idea di chi ti piacerebbe essere.”
”Non essere sciocco”, disse Chiunque. ”Nessuno
riesce a diventare chi gli piacerebbe essere. Una cosa
così non si è mai sentita. Devi essere qualcun altro,
così da poter desiderare di essere la persona che
vorresti essere. Se fossi la persona che volevi essere,
allora non vorresti essere quella persona, dunque io
devo essere qualcun altro.”
Blink si trovò d’accordo e ne rimase talmente
colpito che decise che di certo Chiunque doveva
essere qualcuno davvero intelligente. Fu così che
partirono con l’idea di provare a indossare l’identità
di ciascuno dei saggi del luogo.
RICHARD BANDLER, Il sogno di chiunque, Alessio Roberti Editore Srl, 2008, pagina 60
tra immaginazione e illusione
di Cristiana Giovanardi


